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Manifattura Italiana e Cybersecurity: perché oggi il fermo macchina costa più di un attacco

Aggiornamento: 27 nov 2025

Il Rapporto Clusit 2025 fotografa un quadro molto chiaro: il 2024 è stato l’anno con il maggior numero di incidenti cyber mai registrati, +27% rispetto all’anno precedente. L’Italia, da sola, ha assorbito il 10% degli attacchi mondiali, e un dato colpisce più di tutti: un quarto degli attacchi globali al settore manifatturiero ha colpito realtà italiane.

Significa che la produzione italiana è uno dei bersagli più esposti al mondo. E quando un’azienda produttrice subisce un attacco, le conseguenze non sono solo informatiche: linee ferme, ritardi, materiali da scartare, consegne non rispettate, contratti a rischio.

Molte PMI hanno scoperto negli ultimi due anni che digitalizzare porta efficienza, ma anche nuove aperture verso l’esterno. E oggi, nella fabbrica 4.0, ogni connessione è un potenziale punto di ingresso.


1. Ransomware e fermo produzione: la minaccia più concreta

Secondo il Clusit, oltre un terzo degli incidenti in Italia è causato da malware, e tra questi i ransomware continuano a essere la minaccia più diffusa.

La dinamica è sempre più simile: parte tutto da una casella email compromessa, un account debole o un PC di ufficio. Da lì, l’attaccante si sposta rapidamente verso i server, e nel peggiore dei casi verso i sistemi che supervisionano la produzione. Risultato: fabbrica bloccata.

Nel 2024 gli attacchi di questo tipo sono aumentati in termini assoluti dell’11%, e l’impatto è sempre più grave.

Non è raro che una PMI resti ferma 2-3 giorni. E ogni ora persa vale più del riscatto stesso.


2. Supply Chain: un attacco può arrivare da un fornitore

Il settore manifatturiero italiano vive su una filiera estesa: terzisti, fornitori, integratori software, trasportatori. Ed è proprio qui che il Clusit registra una crescita degli attacchi più complessa da gestire.

Nel 2024 gli attacchi verso Trasporti e Logistica sono diminuiti globalmente, ma oltre un quarto delle vittime nel mondo è italiano, esattamente come il manifatturiero.

Questo significa che, anche quando la propria infrastruttura è relativamente protetta, un anello debole della filiera può generare un impatto diretto sulla produzione.È un rischio spesso sottovalutato dai CEO, perché non appare nei bilanci. Ma esplode nel momento in cui un fornitore critico si ferma.


3. OT e IoT industriale: tecnologie che non nascono per essere sicure

Il report Clusit sottolinea come attacchi basati su vulnerabilità note e zero-day siano cresciuti a livello globale del 76%, e in Italia rappresentano il 19% degli incidenti.

Nelle fabbriche italiane convivono:

  • macchinari storici con sistemi operativi non aggiornabili

  • nuove tecnologie IoT installate senza verifiche di sicurezza

  • accessi remoti per manutentori poco controllati

Quasi sempre la rete OT è più esposta di quanto si creda, e un semplice errore di configurazione può collegarla alla rete aziendale in modo involontario.Gli attaccanti lo sanno bene: l’OT è spesso il punto d’ingresso più facile, e il Clusit richiama esplicitamente il manifatturiero come settore “bersaglio semplice” per attacchi DDoS o legati alle connessioni dei manutentori.


4. Errore umano e assenza di monitoraggio continuo

Il dato più sorprendente del rapporto: nel 2024 phishing e ingegneria sociale sono cresciuti del 33%, e il furto di credenziali del +135%.

Vuol dire che oggi gli attacchi non arrivano solo da tecnologie complesse: partono spesso da un comportamento umano non controllato.

E senza un presidio costante, molti segnali vengono ignorati:

  • login fuori orario

  • tentativi di accesso ripetuti

  • movimenti anomali tra server

  • file cifrati in aree “non critiche”

Il Clusit conferma che quasi l’80% degli attacchi è di matrice cybercriminale, spesso condotti con approcci industrializzati “as-a-service”.

Ciò significa che anche un’azienda media può essere colpita da strumenti avanzati senza essere stata scelta “ad hoc”.


Il nuovo contesto per i CEO del manifatturiero

Oggi i dati descrivono un quadro molto chiaro:

  • l’Italia è uno dei Paesi europei più colpiti (+15% rispetto all’anno precedente)

  • il manifatturiero italiano è uno dei due settori con maggiore concentrazione di vittime al mondo

  • gli attacchi crescono, ma soprattutto cresce la loro gravità: quasi l’80% ha impatti seri

Non parliamo più di problemi informatici. Parliamo di continuità produttiva, contratti, SLA, fornitori, clienti.E questo porta la cybersecurity sul tavolo dei CEO, non solo dell’IT.


Domande che ogni CEO dovrebbe porsi nel 2025

  • Se un attacco bloccasse la produzione per 48 ore, quale sarebbe l’impatto reale in termini di costi, SLA e reputazione?

  • La mia rete OT è davvero separata dalla rete IT o lo è “solo sulla carta”?

  • Conosco il livello di protezione dei miei fornitori critici?

  • Chi monitora l’azienda quando tutti siamo a casa e i sistemi sono comunque esposti?

  • Ho visibilità su tentativi di attacco che oggi non vengono rilevati?


Conclusione

Il Rapporto Clusit 2025 non mostra solo numeri: mostra una tendenza chiara il cyber rischio non è più un rischio IT, ma un rischio industriale che impatta direttamente la capacità di produrre, di consegnare e di restare competitivi.

Le aziende manifatturiere italiane che stanno affrontando seriamente il tema non lo fanno per “evitare attacchi”, ma per proteggere ciò che tiene in vita il business: la continuità operativa.

E il primo passo è semplice: capire quanto si è davvero esposti e quanto si è realmente protetti.

Se vuoi, posso generare anche una versione PDF impaginata o preparare la descrizione LinkedIn/Waalaxy che introduce l’articolo in modo perfetto per un CEO del manifatturiero.

 
 
 

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